Tra manifattura e innovazione, asse per competere

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By Federdat Maggio 7, 2017 10:54 Updated

Tra manifattura e innovazione, asse per competere

Tempi di elezioni nella fragile Europa. La politica si polarizza sul dilemma Europa si Europa no, con tanto di Brexit entrata nel vivo. Mi pare utile un ragionare pacato partendo dai processi reali del nostro sistema produttivo e del suo posizionamento nell’Europa che verrà. Convinto come sono da tempo che occorre ragionare sulle differenze non essendo noi né capitalismo anglosassone, né capitalismo renano, né capitalismo alla francese, né capitalismo anseatico dell’area baltica.

Schematizzando gli ultimi dati del Centro Studi Confindustria emerge un panorama di imprese fatto di un 20% internazionalizzato e connesso ai flussi e un 60% di imprese ed impresine che sono la nostra manifattura di prossimità, evoluzione dei distretti e soprattutto orientata al mercato domestico. Inoltre, la crisi ha lasciato sul terreno un 20% di attività economiche che non ce l’hanno fatta. Guardando alla punta della piramide produttiva appare l’innovazione, la robotizzazione, il lavoro ibrido che tiene assieme il sincretismo blue collar e withe collar e la capacità di incorporare informazioni e logistica per raggiungere l’utente cliente.

Quelli che stanno in mezzo nella prossimità di territorio, che potremmo definire usando categorie della società i ceti medi della manifattura di prossimità in cambiamento selettivo, cercano di agganciare le filiere dell’eccellenza ed è aperto il dibattito sulla loro capacità di innovarsi con un balzo nel divenire makers delle stampanti 3D. Chi non ce la fa è destinato, percorso già in atto, ad andare ad ingrossare un neosommerso carsico con scarse prospettive di riapparire.

Questo quadro non interroga solo Confindustria ma il sistema delle rappresentanze nel suo complesso. E pone anche a proposito di Europa il riposizionarsi nella geoeconomia e nella geopolitica che viene avanti. Ci è utile un rimando a Giorgio Fuà che ha sempre ricordato che ogni Paese che entra nell’agone della competizione internazionale non può scegliere di espandersi in settori già coltivati da Paesi leader ma dovrà coltivare ed inventare percorsi complementari allo sviluppo, in questo caso dell’Europa in costruzione geoeconomica e geopolitica. Dovremo farlo avendo chiaro che si è chiuso un ciclo, quello del territorio al lavoro che cresceva su se stesso.

Il mondo della piccola impresa, dei distretti che di quel ciclo è stato figlio e protagonista, è a un bivio che riguarda il grande invaso intermedio delle nostre imprese. Mi pare urgente avviare nei territori una riflessione sul modello di sviluppo. Per capire che la nostra antropologia da capitalismo di territorio rimanda al nodo gordiano che l’economia regge se rimane espressione degli obiettivi di sviluppo di una società. Per un’azienda globalizzata il territorio è rete lunga di internazionalizzazione e di rapporto con la conoscenza globale in rete. Il territorio è insieme simultaneità e prossimità ed è oltre la sola dimensione del locale. Per il resto del capitalismo molecolare è ancora territorio locale di sola prossimità.

È possibile sviluppare un discorso pubblico nelle nostre piattaforme produttive in grado di trovare una via che consenta di non contrapporre i simultanei e i prossimi e mantenersi connessi con il salto produttivo e tecnologico che decliniamo Industria 4.0? Da qui l’esigenza di ragionare e proiettare nel futuro, anche per trovare spazio in Europa, il concetto che viene dalla nostra storia di capitalismo intermedio. Che ha una duplice natura: descrittiva, provando a disegnare un’evoluzione possibile del capitalismo di territorio; normativa, provando a delineare un modello valoriale che contiene un’idea di nuovo equilibrio tra economia e società.

Ciò che sosteneva allora Giorgio Fuà è ancor più valido oggi per il nostro tentativo possibile di collocarci in Europa nella contaminazione necessaria tra manifattura ed innovazione senza perdere la specificità dell’essere capitalismo di territorio. È infatti capitalismo intermedio come esito della confluenza tra le due vie di sviluppo del capitalismo italiano. Quello del capitalismo delle company town e della produzione di massa e quello della specializzazione flessibile dell’industrializzazione diffusa. Capitalismo intermedio perché, caratterizzato dalla compresenza di modelli diversi: ciò che resta della grande impresa, la media impresa trainante, la piccola impresa e la terziarizzazione nelle smart city e nelle smart land dei distretti. Un disegno plurale, differenziato, caratterizzato da equilibrio e dal mettersi in mezzo tra società ed economia rispetto ai processi di polarizzazione, di fratture, tra le punte alte dell’innovazione dei flussi e le tendenze del nuovo sommerso carsico.

Questa medietà operosa applicata al sistema impresa, che ha l’ambizione di portare tutti in Europa e di occuparci dei tanti che non ce l’hanno fatta, ha implicazioni che vanno ben oltre l’economia. É una politica industriale e di impresa che tiene assieme negli investimenti per innovare le città e i territori. Sarebbe un errore pensare solo ad alcune aree metropolitane inserite nei poli europei ed abbandonare la vibratilità operosa dei territori. Occorre fare smart city e smart land. Evitando la trappola delle due velocità, già presente nella polarizzazione delle imprese che può farsi spaccatura geoeconomica: piattaforme a nord inserite nell’Europa del burro e il resto nell’Europa dell’olio o ancor peggio, di un Mediterraneo abbandonato da cui rinserrarsi.

Forse con un po’ di orgoglio, di identità e storia, possiamo pensare che annaspiamo spesso come i più piccoli dei grandi, ma siamo anche i più grandi dei piccoli ed abbiamo da portare in Europa storia ed esperienza di un saper fare impresa che tiene assieme società ed economia. Nel dibattito attuale Europa sì, Europa no, forse ci è utile sperare in un modello produttivo di riposizionamento geoeconomico del nostro fare impresa né liquido, né rigido e centralizzato, ma caratterizzato da un forte capitale sociale necessario per reggere la competizione.

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