Talenti all’estero, persi 30 miliardi

Federdat
By Federdat Febbraio 5, 2017 10:47 Updated

Talenti all’estero, persi 30 miliardi

Il Global Talent Competitiveness Index (GTCI di Insead, Adecco e Human Capital Leadership Institute) colloca l’Italia al 40° posto nella classifica generale e al 25° in Europa. Rispetto al 2016 il Belpaese guadagna una posizione, ma resta comunque dietro a molti paesi dell’Europa centro-orientale e a Barbados, Cipro e Costarica. Sostanzialmente, il rapporto ripropone la fotografia dello scorso anno, in cui l’Italia si posiziona intorno alla media dei paesi ad alto reddito solo per quanto riguarda le competenze vocazionali e tecniche “Vocational and technical skills” (31° posto assoluto) e per la capacità di far crescere “Growth” (28° posto); in tutte le altre dimensioni, l’Italia è posizionata peggio dei paesi appartenenti alla stessa categoria di reddito (“Enable” 62° posto, “Attract” 64°, “Retain” 41° e “Global Knowledge Skills” 39°). Tra l’altro è interessante notare come la dimensione “Crescita” ci spingerebbe molto più avanti, se non fossimo il 74° paese per spesa nel terzo ciclo formativo, il 57° nel lifelong learning, il 114° nello sviluppo dei lavoratori dipendenti e il 111° nella capacità di delegare l’autorità.

Al di là degli indicatori alla base di questi indici e degli aspetti metodologici, l’immagine che ne esce è quella di un paese in conflitto con il proprio futuro. La nostra collocazione tra le grandi potenze mondiali (facciamo ancora parte del G7) è destinata a indebolirsi rapidamente, in una società in cui lo sviluppo dipende sempre più dalla conoscenza e dunque dalle persone. Ai dati sconcertanti sulla disoccupazione dei giovani, si associano quelli sul brain drain: dal 2010 al 2020 si stima che l’Italia perda circa 30.000 ricercatori, costati al Paese oltre 5 miliardi di Euro in formazione e che andranno a contribuire allo sviluppo di altri Paesi che non hanno sostenuto questo investimento, ma che sono in grado di offrire condizioni economiche e di lavoro più attrattive. Il saldo tra l’esportazione e l’importazione di ricercatori si ferma su un impietoso -13.2% a differenza di altri paesi europei in pareggio (Germania) o con un saldo attivo (Svezia +20%, UK +7,8%, Francia +4,1%). Anche gli studenti Erasmus scelgono più volentieri altri paesi (Germania, Francia, UK), così come gli investimenti esteri (dal 9° posto del 2013 per Foreign Direct Investments, l’Italia è scesa al 14° nel 2014 e al 18° del 2015, passando da 30 a 20 USD Billion).

Il GTCI di quest’anno punta i riflettori sulle competenze digitali: la Commissione Europea stima che in Europa possano mancare circa 750.000 professionisti ICT, di cui 135.000 in Italia, con un gap che raddoppia ogni 5 anni. Le ragioni di questa debolezza italiana sono attribuite alla “bassa prontezza” a progettare percorsi di formazione attrattivi in collaborazione tra istituzioni pubbliche e imprese private, soprattutto per quanto riguarda le competenze tecnologiche.

Insomma, sembra che possa solo andar peggio, anche se la situazione non è omogenea in tutto il Paese. Il GTCI colloca Bologna al 26° posto al mondo per attrattività verso i giovani talenti (includendo anche Milano al 31° posto e Torino al 35° nella top 50) e addirittura al 10° posto per capacità di utilizzare le competenze. Considerando che l’Emilia-Romagna cresce con un tasso dell’1,4%, non lontano da Usa e Germania, sembra che l’accoppiata attrattività-crescita sia confermata, senza scomodare modelli economici quantitativi. Si tratta di un territorio che ha fatto alcune scelte, cercando di non lasciare indietro nessuno, ma puntando con decisione su alcune priorità, come il settore manifatturiero e più recentemente il mondo dei dati.

Siamo un paese che ha storicamente ha avuto difficoltà a fare scelte, anche per motivi politici non giustificabili, ma comprensibili; in un contesto in cui le elezioni sono stagionali è certamente difficile prendere decisioni che privilegino alcuni attività, settori o territori. Tuttavia, quando in gioco c’è il futuro delle giovani generazioni, non si può rinunciare all’esercizio della responsabilità ed è necessario scegliere quali partite giocare, tirando la cinghia da qualche altra parte. Con un paragone forzato viene in mente Israele che oltre 10 anni fa ha deciso di puntare sulla cyber security e ora è leader mondiale nel settore, per quanto riguardi sia le applicazioni di sicurezza nazionale, sia la presenza sui mercati per le applicazioni civili. Indipendentemente dalla data delle elezioni, è un imperativo morale restituire dignità a chi produce conoscenza nel settore della ricerca pubblica, riportando gli incentivi (non solo monetari) al livello di quelli europei e prendere alcune decisioni sui settori prioritari. Non è pensabile che un Paese G7 stia pensando di investire sull’Industry 4.0 solo 30 milioni in 2 anni, soprattutto considerando la struttura dei settori industriali in cui le PMI non hanno certamente la possibilità di fare grandi investimenti da sole. Su questi punti serve un patto tra le tutte le forze politiche responsabili ed è necessario correre, sempre che non sia già troppo tardi.

* Bologna Business School, Università di Bologna

© Riproduzione riservata

Argomenti:
Federdat
By Federdat Febbraio 5, 2017 10:47 Updated