Sulla via Emilia imprese e scuole tessono il 4.0 a misura di filiera

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By Federdat Novembre 13, 2017 17:11 Updated

Sulla via Emilia  imprese e scuole tessono il 4.0 a misura di filiera

La trasformazione 4.0 non è una questione di macchine, è un problema di competenze. Così come non sono le dimensioni dell’azienda a fare la differenza, ma la testa di chi le guida. E se per affrontare la sfida della digitalizzazione servono coraggio e investimenti, non è imponendo ai piccoli imprenditori di aggregarsi, violando una radicata cultura di autonomia, velocità, flessibilità e personalizzazione del prodotto/servizio, ma mettendoli a filiera, costruendo un ecosistema sinergico dove l’azienda capofila guida e supporta gli anelli della catena. Sono questi i messaggi emersi all’Opificio Golinelli di Bologna, dove si è svolta il 9 novembre la terza tappa del “Viaggio nell’Industria 4.0” del Sole-24 Ore.

Dopo gli incontri di Padova e Bari (e il prossimo appuntamento, il 21 novembre a Milano), il roadshow ha declinato i macrotemi delle “regole, tecnologie e finanziamenti 4.0” sulle esigenze di un tessuto produttivo come quello emiliano-romagnolo dove a fare la differenza competitiva sono distretti e filiere, «è l’intreccio di iniziative, progetti, investimenti che non corrono parallelamente ma collaborano tutti alla creazione di un’unica visione e strategia di sviluppo, che non dobbiamo copiare dai tedeschi: loro hanno inventato il nome 4.0 non certo i contenuti, su cui stiamo autonomamente lavorando da anni», sottolinea l’assessore regionale a Lavoro, scuola e politiche europee, Patrizio Bianchi, introducendo i lavori.

Lo stesso Opificio Golinelli, voluto dall’imprenditore-filantropo bolognese della farmaceutica Marino Golinelli (all’interno di una cittadella del sapere per le giovani generazioni dove seminare il raccolto del 2050) è il simbolo di questo ecosistema dove industria, scuola, università, ricerca sono tutte «cellule di un unico organismo che collaborano per modificare geneticamente il territorio locale attraverso l’enzima dell’innovazione», afferma il dg della Fondazione Golinelli, Antonio Danieli.

Bologna, «città di un milione di abitanti, snodo cruciale per le infrastrutture europee via ferro e via aria, vuole diventare benchmark di un nuovo modello di sviluppo sostenibile, dove la capacità di attrarre investimenti industriali delle grandi multinazionali si abbina al turismo, alla tradizione culinaria che ora ha dato vita alla Disneyworld mondiale del cibo (il parco Fico che sarà inaugurato il prossimo 15 novembre, ndr), all’enorme capacità scientifica di elaborare big data che porterà qui il più importante centro di calcolo meteo europeo», ricorda l’assessore comunale all’Economia, Matteo Lepore.

«La digital transformation è una questione culturale, perché l’impatto non è solo sulle tecnologie ma sul business model di partenza di un’azienda e oggi va intrecciata con il tema dell’economia circolare», rimarca Andrea Bontempi, partner Kpmg presentando i risultati della ricerca condotta con Ca’ Foscari su un centinaio di imprenditori. È quindi il nodo formazione e competenze a riaffiorare di nuovo come emergenza di una via Emilia ricca di imprese e tecnologie ma a corto di talenti. I ritardi sui competence center (il decreto attuativo è atteso per fine novembre in Gazzetta ufficiale) previsti nel piano Impresa 4.0 (seconda versione del piano Industria 4.0 del ministro Calenda) non aiutano. Così come non aiuta la scarsa attenzione che gli imprenditori dedicano agli aspetti legali e contrattuali della digitalizzazione e robotizzazione di prodotti e processi: «L’immensa produzione di informazioni impatta pesantemente su proprietà intellettuale e cyber security», ricorda Tommaso Faelli, partner dello studio legale BonelliErede.

Le due tavole rotonde del convegno sono l’occasione per toccare con mano come le imprese emiliano-romagnole stiano trovando una strada tutta loro per declinare il 4.0 a propria immagine e utilità: dal gruppo Bonfiglioli leader nei motoriduttori che investe sul primo modello italiano di filiera 4.0 alla Montenegro che pur preservando inalterata una ricetta di quasi un secolo e mezzo fa, sta spendendo per internalizzare il data center; dalla Beghelli che gestisce centralmente da Bologna con smart tech 800mila lampade in giro per l’Italia alla BBraun Avitum di Mirandola, che a suon di ricerca ha raddoppiato il business nel distretto biomedicale dal terremoto del 2012 a oggi. E anche un gestore di Tlc come Wind Tre, nell’era 4.0 non è più semplice fornitore di infrastrutture telematiche ma «partner delle Pmi in grado di supportarle nel percorso di business transformation, mettendo a disposizione soluzioni integrate di connettività fisso-mobile, servizi innovativi e consulenza», afferma Riccardo Bruno, Ict, partnerships & market development di Wind Tre.

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