Siccità e idroelettrico a mezzo servizio: cresce l’import di energia

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By Federdat Novembre 2, 2017 11:53 Updated

Siccità e idroelettrico a mezzo servizio: cresce l’import di energia

Anche il mese di ottobre si è chiuso senza nemmeno una goccia di pioggia su gran parte dell’Italia e le centrali idroelettriche faticano a stare al passo con la domanda di energia, con le dighe a secco e con le riserve di acqua mai così basse nell’ultima quarantina d’anni. Per soddisfare i consumi ricominciano a marciare le più costose centrali termoelettriche, soprattutto i “cicli combinati” che bruciano il pregiato metano. Nel frattempo in Francia sono in corso alcune fermate di reattori atomici per consentire controlli ai sistemi di sicurezza; la minore disponibilità di energia nucleare francese potrebbe far ripetere quell’impennata ai prezzi europei dell’elettricità che dieci mesi fa aveva messo in crisi molti consumatori e soprattutto diverse aziende elettriche italiane che non avevano praticato ricoperture sul rischio prezzo.

Idroelettrico all’asciutto
Secondo le rilevazioni elaborate l’altra settimana da Terna, la Spa dell’alta tensione, in settembre è cresciuto il ricorso alle importazioni di corrente (+21,8% rispetto a settembre 2016). La produzione delle centrali idroelettriche, pur in aumento rispetto al 2016, con 3,4 milioni di chilowattora è in forte riduzione rispetto ad agosto (-9,8%) e nei primi nove mesi dell’anno perde l’11,7%. Lo stato di riempimento delle dighe idroelettriche in settembre era pari al 51,7%, cioè rispetto alla capacità massima contenevano la metà dell’acqua, ma drammatico 35,6% di riempimento (appena un terzo della capacità) per i bacini del Centro-Sud. Il dato è il minimo rilevato nel periodo 1970-2016.
Conferma l’Anbi, l’associazione delle bonifiche e dei consorzi irrigui: «Dal 2010 a oggi in Italia le disponibilità idriche si sono praticamente dimezzate, con forte accentuazione del fenomeno al Nord», specifica il direttore Massimo Gargano. In settembre i bacini irrigui contenevano un miliardo di metri cubi contro 1,51 dell’anno scorso, 1,73 del 2015 e i 2,31 miliardi di metri cubi del 2010. Al fango del fondo le riserve nei bacini artificiali dell’Alta Italia, circa 2,5 milioni di metri cubi contro gli 11 dell’anno scorso. In secca anche i fiumi. Allarmati i contadini per il Po, da 8 anni mai così basso: «La carenza di piogge e le alte temperature — afferma la Coldiretti Lombardia — stanno mettendo a dura prova il Po che al Ponte della Becca a Pavia è ormai sceso di 3 metri sotto lo zero idrografico».

Il nucleare francese
Una ventina di reattori atomici francesi — ha avvisato un paio di settimane fa l’EdF — hanno bisogno di controlli sulla sicurezza e alcuni di questi vengono fermati per poter svolgere le verifiche. Pare che le condotte del sistema antincendio si siano indebolite ad di sotto della soglia di sicurezza in caso di terremoto. Se venissero scosse, il sistema antincendio entrerebbe in avaria e non garantirebbe lo spegnimento delle fiamme.
La Francia, che con il nucleare fornisce elettricità a basso costo a mezz’Europa, ha smesso di esportare corrente e anzi ha dovuto approvvigionarsi sui mercati europei: le Borse elettriche, anche quella italiana, avevano subito sentito l’effetto sulle quotazioni del chilowattora. Lasciando spiazzate molte aziende.

Le speculazioni sui derivati
I conti di molte società elettriche non sono stati colpiti solamente dall’effetto prezzi. Negli ultimi anni le nuove centrali termoelettriche a ciclo combinato a metano hanno lavorato poco. Qualche ora alla settimana, facendo schiumare di rabbia le società elettriche che avevano investito capitali impegnativi per costruire centrali così poco redditizie. Solamente ora, con la riduzione dell’offerta idroelettrica e con i problemi del nucleare francese, le centrali termoelettriche hanno ricominciato a marciare.

Così l’anno scorso e nella prima metà del 2017 diverse aziende avevano trovato modi diversi per rientrare dalla spesa e ricuperare gli investimenti, nel caso delle centrali elettriche sempre spente, oppure per rientrare dai costi generati dai prezzi troppo alti non garantiti da ricoperture. E lo strumento in diversi casi è stato ricorrere al mercato del dispacciamento, cioè un mercato derivato dei servizi elettrici gestito da Terna. In qualche caso le centrali quasi sempre spente ricuperavano parte dei costi nei momenti di carenza di elettricità: il mercato ha pagato follie perché quelle centrali venissero accese. Questo era accaduto a centrali di diverse società anche in settembre.

L’altro meccanismo ricorrente, praticato invece soprattutto da trader di elettricità che non posseggono centrali, era prenotare quantitativi di elettricità che spostassero le previsioni di domanda e quindi di prezzo. Si chiamano sbilanciamenti volontari. L’Autorità dell’energia e l’Antitrust hanno indagato più volte e hanno avvisato o sanzionato le aziende elettriche per questi comportamenti. E alcune delle aziende elettriche sanzionate non sono riuscite a reggere l’entità della restituzione degli extraprofitti.

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