Sace: export frenato da dazi e tariffe, rischi in aumento

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By Federdat Febbraio 7, 2017 16:28 Updated

Sace: export frenato da dazi e tariffe, rischi in aumento

Ognuno per sè e rischi in aumento per tutti. Se è vero che la fase di “disamoramento” per la globalizzazione è iniziata e la discontinuità rispetto al modello passato si sta già facendo sentire, le misure protezionistiche sono forse l’unica costante degli ultimi anni. Sono al massimo, certo. Ma non sono storia recente. Come rileva Sace con la “Mappa dei Rischi 2017” – visibile, da ieri, sul sito della Sace – che, da un lato, misura il rischio di credito cui si espongono le imprese che operano all’estero e, dall’altro, le migliori opportunità per le esportazioni italiane nel mondo.

E proprio secondo Sace – su dati di Global Trade Alert – solo nei Paesi che compongono il G-20, le barriere elevate dal 2008 ai primi mesi del 2016 sono oltre 3.500. Dai dazi commerciali all’export, all’import e all’antidumping, dagli aiuti di Stato agli acquisti contingentati, ai vincoli di produzione in loco o acquisto di beni nazionali, sino alle restrizioni (fito) sanitarie.

Quasi un quarto di queste impongono l’obbligo di avere almeno una certa percentuale di un prodotto o servizio realizzato nel Paese (il cosiddetto local content requirement) soprattutto per prodotti elettronici e veicoli. Da sole, nel 2015, appena 4 di queste misure (salvataggi pubblici, dazi, tariffe alle importazioni e local content) hanno formato il 60% di tutte le iniziative di distorisione del libero scambio.

«Sono soprattutto le misure di local content, di eccesso di certificazioni, etichettature e regole doganali quelle che sono cresciute di più in questi anni – osserva Alessandro Terzulli, chief economist di Sace – e che maggiormente contribuiscono al “rallentamento” internazionale. Ma spesso non è facile contarle e sono anche quelle con un impatto reale più difficile da quantificare in termini di costi per imprese e sistema».

Anzi, se a queste limitazioni tradizionali, si aggiungono anche misure “indirette” di distorsione della concorrenza – come tassazioni differenziate tra aziende locali e non, politiche discriminatorie per i non residenti o arbitrariamente favorevoli per società controllate o legate allo Stato, sino a vincoli finanziari e/o sugli investimenti esteri – si arriva a sfiorare (sempre secondo il database di Global Trade Alert) le quasi 6.400 misure distorsive della libera concorrenza e del mercato. Se le misure antidumping e anti-sussidio – va detto – spesso servono a rendere più “equo” il campo di gioco, nella gran parte le altre sono macigni o sassolini, che per lo più intervengono a rendere le regole del mercato più “uguali” per qualcun altro.

LE BARRIERE AGLI SCAMBI COMMERCIALI
Primi Paesi per misure protezionistiche adottate. Dati a fine novembre 2016, numero di misure protezionistiche. (Fonte: Global Trade Alert Database)

Si tratta di misure scelte, in particolare, dai Paesi del G20: gli Stati Uniti (terzo mercato di sbocco delle nostre merci), ad esempio, hanno introdotto dal 2008 una misura protezionistica ogni 4 giorni e sono il primo Paese per misure adottate. Seguono Russia e India (che sta lavborando per aprirsi al commercio internazionale). E più a distanza, in 4°posizione, Gran Bretagna, Brasile, Germania, Francia e Spagna. Attenzione perché la Cina, nella classifica della “chiusura”, è solo in 9° posizione, davanti a Giappone, Turchia e Arabia Saudita.

E quali Paesi sono più “vittime”? Come con un boomerang, gli stessi che le impongono. Nell’ordine, Cina, Stati Uniti, Germania, Italia e Francia, ovvero i principali Paesi “vocati” all’export.

I dieci settori più colpiti dal protezionismo rappresentano quasi il 41% del commercio mondiale che, ovviamente, ne risente: metalli di base, automotive e trasporti, prodotti agricoli, macchinari per usi speciali e chimica di base. Settori in cui l’Italia esporta non poco. Dall’inizio della crisi finanziaria al 2016 la crescita degli scambi (+2,9% medio annuo) è stata inferiore alla metà di quella registrata nel periodo 2000-2007 (+7,3 per cento). Un quadro accentuato dalla frenata degli investimenti, dalla minore partecipazione alle catene globali del valore (anche a causa degli incentivi a privilegiare fasi di produzioni nazionali) e le difficoltà economiche di diversi paesi emergenti.

Oltre alle paure protezionistiche,le imprese italiane che investono all’estero dovranno valutare attentamente l’aumento di rischiosità bancaria in economie per noi importanti, tra cui Turchia, Messico, Brasile. Nigeria, Mozambico ed Egitto come l’India. Su alcune di queste, poi, può crescere anche un rischio politico, come in Turchia e Brasile.

«Il protezionismo – ha concluso il presidente di Sace, Beniamino Quintieri – sta tornando pericolosamente in auge e le aspettative per quest’anno non sono rosee, anche per il possibile venir meno di importanti accordi di libero scambio già in vigore o in corso di negoziazione. L’esperienza insegna, tuttavia, che nel medio-lungo termine gli effetti delle barriere al commercio tendono a rivelarsi un boomerang per i paesi che le introducono. Questo è ancor più vero in un mondo in cui le catene globali del valore costituiscono, per la crescente importanza dell’import di prodotti intermedi, un fattore determinante di competitività».

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