Quei 30 minuti in inglese che mettono a rischio i fondi Horizon 2020

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By Federdat Novembre 23, 2017 11:16 Updated

Quei 30 minuti in inglese che mettono a rischio i fondi Horizon 2020

«….E infine, terminare la presentazione con una breve sintesi, per convincere e lasciare un impatto duraturo».
Le indicazioni in arrivo da Bruxelles non sono particolarmente innovative e si allineano alle buone prassi in termini di comunicazione. Con un problema in più: l’inglese. Il colloquio finale è forse la novità più rilevante tra le nuove regole definite per l’assegnazione dei fondi Horizon 2020, che nel capitolo dedicato alle Pmi vedono da anni le imprese italiane sul podio per numero di progetti approvati e fondi raccolti.

Le aziende del nostro paese, così come le concorrenti estere, sono però ora chiamate ad affrontare una prova in più: un colloquio di 30 minuti in lingua inglese davanti ad un team di esaminatori. Dieci minuti in forma di “pitch”, una presentazione strutturata, a cui seguirà una sessione di 20 minuti per domande di approfondimento. E se per la redazione dei progetti quasi tutte le aziende si appoggiano a consulenti esterni, specializzati nel predisporre business plan articolati e convincenti, qui i professionisti non potranno avere alcun ruolo. Il colloquio dovrà infatti essere tenuto da rappresentanti dell’azienda, tre al massimo, preferibilmente coinvolgendo anche l’amministratore delegato. Staff il cui legame con l’azienda dovrà essere comprovato attraverso documenti inequivoci, come cedolini di buste paga, o contratti.

L’handicap linguistico

Ma il vero nodo riguarda la lingua, che dovrà essere tassativamente l’inglese. Lo scopo è evidentemente quello di valutare anche la predisposizione internazionale dell’azienda, arena in cui l’inglese è ormai lingua franca, anche se questa scelta rischia di creare inevitabili disparità. Vantaggi evidenti vi sono per i madrelingua, con le aziende britanniche (ancora per poco) e irlandesi a non doversi preoccupare più di tanto. E l’Italia?

La base di partenza nella conoscenza dell’inglese non pare di prim’ordine, come testimoniano gli ultimi dati. Lo studio annuale di Ef Corporate Solutions ci posiziona all’ultimo posto tra i paesi europei inseriti nel sondaggio, 33esimi nel ranking complessivo mondiale. Il livello sintetico è definito “medio”, anche se all’interno di questo gruppo siamo decisamente nella parte bassa della classifica.

«L’inglese può essere in effetti un problema – spiega il direttore dell’Agenzia per la promozione della ricerca europea Marco Falzetti – anche se la globalizzazione dovrebbe averci ormai insegnato che la lingua è un elemento di competitività che fa parte del gioco. Anche il “pitching” forse non è nella nostra cultura, ma se parliamo di imprenditori validi e illuminati, anche nelle presentazioni io ho visto in loro una marcia in più. In generale resto ottimista, perché in fondo ciò che conta è quello che hai da dire: chi si presenta con le idee chiare secondo me ce la fa. Certo, bisogna far capire alla Commissione che non si tratta di un test d’inglese ma della valutazione di un business plan». La “scrematura” effettuata dal colloquio sarà mediamente del 50%, poiché a Bruxelles davanti alle commissioni di valutazione verranno invitate a partecipare aziende fino al raggiungimento del doppio delle risorse disponibili.

Le aziende

Tra le imprese italiane che hanno già ottenuto i fondi Horizon 2020 le valutazioni di “impatto” non sono univoche. «Onestamente in inglese mi darei al massimo cinque e mezzo - spiga Livio Del Lago, in grado di aggiudicarsi 900mila euro con Wine Tech per un nuovo processo di imbottigliamento – e obiettivamente avrei passato la mano ad un collega, non sarei stato in grado di sostenere io l’eventuale colloquio». «Anche per me sarebbe stato un problema – aggiunge Giovanni De Lisi di Greenrail (2,2 milioni per traversine ferroviarie “green”) perché in inglese me la cavo ma non sarei stato in grado di veicolare i concetti con la stessa precisione dell’italiano. Comunque tra i miei partner ci sono ragazzi che lo parlano benissimo, il colloquio per l’azienda non sarebbe stato un ostacolo».

«Cerchiamo clienti in tutto il mondo e la nostra lingua ufficiale è l’inglese – spiega il ceo di GlassUp Francesco Giartosio, un milione di fondi ottenuti nella Fase 2 – e onestamente credo sarei andato io a presentare. Anche se chiunque tra i nostri ragazzi avrebbe potuto sostenere l’incontro, la lingua non è un problema».

Italia sul podio nei fondi Horizon per le Pmi

Dal 2018 i nuovi criteri saranno operativi, con i primi colloqui della Fase 2 pianificati per la settimana dal 12 al 16 di febbraio. Da lì’in avanti si potrà valutare l’impatto sulle nostre performance. Anche se il rapporto tra domande accolte e presentate non è tra i più elevati, in termini assoluti l’Italia finora ha raggiunto risultati interessanti. Anche l’ultima call della Fase 1 testimonia la grande vitalità del sistema, con 288 domande presentate, il 13,5% del totale. Nel complesso, dal 2014 ad oggi sono state 470 le aziende italiane in grado di aggiudicarsi i fondi, in termini numerici solo la Spagna ci sopravanza. In termini di fondi intercettati siamo invece al terzo posto, alle spalle di Spagna e Regno Unito, con 118 milioni complessivi, quasi il 10% del totale messo a disposizione. La fetta più rilevante è proprio quella legata alla Fase 2 (101 milioni sono finiti in questi progetti), quella in cui la valutazione seguirà nuove regole, che guideranno l’allocazione del budget futuro, una torta da 1,6 miliardi di euro in quattro anni.

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