Non solo Ilva nel futuro del preridotto

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By Federdat Marzo 10, 2017 09:19 Updated

Non solo Ilva nel futuro del preridotto

«Le acciaierie italiane si stanno orientando sempre di più sull’acquisto di materie prime di qualità, necessarie per competere a livello internazionale; il preridotto, insieme a ghisa e lamierino, incrementa questa ricerca di qualità». Maurizio Calcinoni, vicepresidente di Arvedi, sintetizza così le scelte di molti produttori di acciaio da forno elettrico, che da anni utilizzano il dri per migliorare la carica e quindi la purezza dell’acciaio prodotto. Un indirizzo che l’azienda cremonese conferma nelle scelte per il futuro dell’Ilva: Arvedi è partner (con una quota del 10%) in AcciaItalia, la cordata in gara (l’altro consorzio che ha presentato un’offerta è Am Investco Italy) per rilevare gli asset dell’Ilva in amministrazione straordinaria, con un piano che prevede un mix tra ciclo integrale ed elettrosiderurgia, con l’ausilio di preridotto.

L’anno scorso in Italia sono stati importati 1,2 milioni di tonnellate di Hbi, l’hot bricketed iron, vale a dire il preridotto (dri) compattato per essere idoneo alla spedizione e allo stoccaggio. «Il preridotto è una tecnologia consolidata: non lo è, per ragioni storiche in Europa o in Italia, ma certamente non si tratta di una tecnica sperimentale» spiega Carlo Mapelli, ordinario di metallurgia al Politecnico di Milano e presidente di Aim. Oggi esiste un solo impianto di produzione in Europa, per di più di taglia piccola (600mila tonnellate). Sul costo di produzione del preridotto (oggi pari a 244 euro alla tonnellata) pesa soprattutto il prezzo del gas, è questa è la stessa ragione per cui è conveniente oggi installare impianti per il dri nei paesi con prezzi di approvvigionamento del gas naturale competitivi. «Con il dri – prosegue Mapelli – è possibile ripulire la carica di rottame da rame e stagno, oltre che da zinco, ottenendo una carica il più possibile vergine».

Le considerazioni sono state illustrate nel corso del focus sulle materie prime organizzato nei giorni scorsi da Siderweb, il portale della comunità siderurgica italiana. Il 2016 è stato l’anno della svolta per i prezzi delle materie prime siderurgiche: dopo un’evoluzione declinante tra il 2011 ed il 2015, all’inizio dello scorso anno si è originata una parabola ascendente delle fluttuazioni. A seguito di un crollo tra il 60% ed il 63%, allo scorso febbraio l’Hbi aveva recuperato il 69%, il rottame europeo l’81,5%, il basic pig iron (la ghisa) il 103% del proprio prezzo.
La fase di rialzo delle quotazioni, stando agli osservatori, sembra ora destinata a rallentare. Ne sia esempio l’andamento del coking coal, la cui quotazione dopo una fiammata del 289,1% rispetto ai minimi è crollata improvvisamente del 47%. Nel secondo semestre del 2017 si attende una flessione dei prezzi, di pari passo con la possibile contrazione della domanda cinese che aveva trainato il rally delle materie prime insieme al ritorno della finanza internazionale nelle commodity industriali.

A margine del convegno il presidente di Marcegaglia, Antonio Marcegaglia, ha sottolineato il ruolo del gruppo mantovano nella corsa per Ilva (la società detiene il 15% della jv Am Investco Italy): «Il nostro impegno – ha dichiarato ai microfoni di Siderweb – non è nè opportunistico, nè difensivo, nè di breve termine, ma è esattamente il contrario. È un impegno per fare dell’Ilva un pilastro centrale della strategia» della cordata. L’offerta per gli asset di Ilva, ha sottolineato «è importante sotto tutti i punti di vista».

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