Nell’Adriatico pesca in crisi. Le istanze romagnole arrivano a Roma

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By Federdat Febbraio 22, 2017 16:54 Updated

Nell’Adriatico pesca in crisi. Le istanze romagnole arrivano a Roma

Lo stato di agitazione è iniziato lo scorso dicembre e da allora le proteste nelle marinerie dell’Alto Adriatico non si placano: «Vogliamo risposte concrete dal Governo», dichiarano i pescatori lungo i 120 chilometri di costa romagnola, alle prese con una crisi che negli ultimi 15 anni ha falcidiato quasi il 40% della flotta (da 1.059 a 659 battelli) e dei volumi di pescato (dati dell’Osservatorio regionale sull’economia ittica). Se da un lato il recente Programma nazionale triennale della pesca e dell’acquacoltura 2017/2019 ha rimesso in circolo un po’ di fiducia – oltre a 11 milioni di euro di risorse per indennizzare il fermo biologico e creare un nuovo fondo di solidarietà – dall’altro lato la legge 154/2016 sta paralizzando il settore a causa di sanzioni pesantissime per la pesca professionale.

Ed è proprio sulla legge 154, lì dove negli articoli 39 e 40 tocca il settore della pesca e dell’acquacoltura, che Lega Pesca Emilia-Romagna, per bocca del suo responsabile Sergio Caselli, chiede modifiche urgenti: «È una legge che va cambiata perché introduce un sistema sanzionatorio, con multe fino a 150mila euro e punti di penalità sulle licenze, talmente gravoso da incentivare l’illegalità nel comparto, invece di contenerla come da propositi del legislatore». Da qui l’incontro organizzato oggi in Regione con il governatore Stefano Bonaccini, che si è impegnato – anche in virtù del suo ruolo di presidente della Conferenza Stato-Regioni – a presentare a Roma un ordine del giorno teso a modificare l’attuale sistema sanzionatorio e le regole di contrasto al bracconaggio ittico.

Le sanzioni amministrative – una multa media di 40mila euro rischia di portare al fallimento la maggior parte delle aziende del settore – sono solo la punta dell’iceberg che sta schiacciando l’industria ittica nell’Alto Adriatico. «Non è ammissibile che le quote di pesca del tonno rosso siano assegnate solo a 12 imprese tutte sul Tirreno – aggiunge Caselli – mentre nel nostro mare, che è ricchissimo di tonno rosso (a sua volta concorrente dei pescatori perché si nutre di enormi quantità di pesce azzurro), è ammessa solo la pesca accidentale». Un non-sense. Così come pesano le nuove regole sulla piccola pesca e le modalità di accesso al sostegno finanziario previsto dal Feamp, il Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca. E gli operatori chiedono all’unisono il ripristino della Commissione consultiva centrale della pesca e del mare.

Lo schema regolatorio attuale rischia di mettere definitivamente fuori mercato un settore che già boccheggia, tra inquinamento marino, sovrasfruttamento delle risorse, frammentazione delle imprese, aumento dei costi di produzione (mentre il prezzo del pesce è crollato), una legislazione europea studiata su misura per le grandi imbarcazioni del Nord Europa che non considera le specificità del Mediterraneo e del Mare Adriatico. «La politica del fermo biologico ha fallito i suoi obiettivi, in 35 anni non c’è stato alcun miglioramento delle risorse marine – fa notare Coldiretti Pesca – perché mentre i pescherecci della costa romagnola sono fermi, in Croazia si continua a pescare».

E così finisce che in Emilia-Romagna, regione con il più importante distretto europeo delle vongole (a Goro, 1.600 addetti), 1.362 imprese nell’acquacoltura, 190 battelli per la pesca a strascico e 220 piccoli pescatori, il grosso del pesce sia tutto di importazione: su 150 milioni di valore della produzione (vongole incluse), una metà viene esportata e nel contempo si importa pesce per quasi 600 milioni di euro (dati Coldiretti).

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