Le imprese di Italia e Germania a caccia di talenti

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By Federdat Giugno 20, 2017 09:42 Updated

Le imprese di  Italia e Germania a caccia di talenti

L’incertezza economico-finanziaria e regolatoria è la nuova normalità per le imprese. L’unico punto fermo, in questo scenario, è la necessità di investire per innovare prodotti e processi produttivi. Consapevoli che nell’arco di due-tre anni i mercati globali verranno stravolti dalla rivoluzione di Industria 4.0, le aziende italiane e tedesche stanno concentrando gli sforzi sulla tecnologia – l’86% si dice pronta ad affrontare il cambiamento – ma gli investimenti pianificati risultano inferiori a quanto ritenuto necessario, con un budget medio nel prossimo biennio di 3 milioni di euro per le italiane a fronte dei 4 considerati opportuni e di 4,6 milioni per le tedesche contro i 6,2 ottimali. Una difficoltà avvertita in particolare nelle piccole e medie imprese: in Italia circa il 50% non potrà investire quanto dovrebbe per affrontare la sfida.

Le società, inolte, sentono il bisogno di un ripensamento culturale e manageriale: la sfida più importante sarà l’attrazione dei talenti e la riqualificazione dei dipendenti, in due parole il “capitale umano”. Soltanto un quarto degli imprenditori valuta di non avere un deficit di risorse. Al 28% mancano competenze specialistiche e un altro 28% ritiene di non avere sufficienti professionalità nel campo digitale.

IMPRESE DI ITALIA E GERMANIA A CONFRONTO

Sono questi i risultati della ricerca Approaching disruption (Avvicinandosi al cambiamento)realizzata dalla Camera di Commercio italo-germanica in collaborazione con Deloitte su un campione di imprese associate che verrà presentata oggi nel corso dell’11° Forum economico italo-tedesco. Insiste sull’importanza della formazione Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda: «Nel programma che ho presentato per Assolombarda dico chiaramente che la quarta rivoluzione industriale va operata subito. Il nostro modello Paese, a differenza di quello tedesco è basato sulle Pmi e un suo sviluppo non può che passare da processi di formazione e riformazione del capitale umano. Questa rivoluzione va declinata in rivoluzione del lavoro a favore dei giovani e di una nuova qualità del lavoro stesso. Il futuro del nostro Paese deve rimanere quello di esportare prodotti ad alto valore aggiunto tecnologico senza perdere la nostra straordinaria manodopera qualificata».

«La prospettiva di realizzare il cambiamento c’è – commenta Jörg Buck, consigliere delegato della Camera di commercio italo-germanica – però non subito ma nei prossimi due o tre anni. Nell’immediato, invece, soltanto un 28% di imprenditori vede un rischio nell’ingresso sul mercato di un nuovo competitor con un business model innovativo». Le imprese, in questa fase, «non si sentono brave ad attrarre risorse – osserva Giovanni Gasperini, partner di Deloitte & Touche – mentre devono andare oltre i meri aspetti tecnologici e fare investimenti sulle persone». Conclusione: forse il legislatore dovrebbe incentivare il processo con un iper-ammortamento per le risorse umane.

Le aziende si trovano ormai a fronteggiare uno scenario talmente incerto e volatile che sei intervistati su 10 (il 61%) considerano «normale» operare in condizioni di incertezza. Oggi l’ottimismo è molto diffuso (94%) e rispetto a sei mesi fa, accanto a una metà di imprenditori che ritiene la situazione invariata, il 44% è più ottimista,con una quota maggiore (60%) tra gli italiani in confronto ai tedeschi (33%). «L’indice del “clima di fiducia” delle nostre imprese è oggi in crescita sia per la aziende manifatturiere che di servizio – sottolinea Bonomi – dall’altra parte dobbiamo considerare che la complessità della situazione geopolitica mondiale potrebbe avere un’influenza rilevante sull’andamento del commercio globale. Dopo l’elezione di Trump gli schemi del trattato multilaterale del commercio tra Atlantico e Pacifico sono in crisi».

Il 53% delle aziende del nostro Paese pensa che le tecnologie digitali avranno un ruolo di profondo cambiamento nel proprio business a fronte del 62% di tedesche. Nel viaggio verso la transizione a Industria 4.0 sono più avanti le società con un fatturato elevato: il 46% di imprese con oltre 500 milioni ha già fatto consistenti investimenti contro il il 30% con un turnover inferiore.

Nel complesso, l’autovalutazione sullo stato del proprio cammino è positiva. Il 40% del campione considera l’organizzazione «matura» per affrontare i cambiamenti radicali e il 46% ci sta arrivando, per un totale di 86% di imprese pronte o quasi alla rivoluzione. In Germania va un po’ meglio: 90% a fronte dell’80 per cento dell’Italia.

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