Le acquisizioni scaldano l’industria dell’acciaio

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By Federdat Aprile 26, 2017 08:02 Updated

Le acquisizioni scaldano l’industria dell’acciaio

Altro che «ferrovecchio». A dispetto di scenari disfattisti, la siderurgia italiana sta vivendo una delle fasi più dinamiche della sua storia più recente, con un’attività intensa sul fronte dell’m&a. Il caso principe è quello dell’Ilva: nel giro di due anni è passata dal rischio di una frettolosa cessione per un prezzo simbolico a essere oggetto di una contesa che non ha risparmiato, da entrambe le due cordate in gara per gli asset, sgambetti e asprezze; un braccio di ferro che ora potrebbe sfociare in una corsa al rialzo, con soddisfazione dei creditori che si stanno insinuando nello stato passivo in corso di formazione (circa 3 miliardi la massa definita fino ad ora, ma ancora non state definite le posizioni di banche ed istituti finanziari).

Ma l’acciaio italiano – che a marzo ha confermato un buon trend produttivo aumentando del 9,5% l’output rispetto allo stesso mese dell’anno scorso – non è solo Ilva. In questi tre anni molti campioni nazionali di taglia media, produttori di acciaio da forno elettrico, non hanno esitato a mettere mano al portafoglio per finanziare verticalizzazioni in senso offensivo o difensivo. Le difficoltà congiunturali, che hanno costretto diverse realtà a imboccare la strada della ristrutturazione, sono state determinanti per definire questo scenario, ma resta il fatto che negli ultimi due anni la riallocazione di molti asset siderurgici nazionali ha confermato il valore del know how, del mercato e soprattutto della forza lavoro nostrane. Questa dinamica positiva sta accomunando indistintamente sia transazioni effettivamente concluse, sia offerte ancora sulla carta, rumors e corteggiamenti di varia natura.

La vicenda della Stefana di Nave è un caso-scuola da questo punto di vista: il curatore fallimentare Pierfranco Aiardi è riuscito a riallocare felicemente tutti i pezzi del gruppo, finito in concordato preventivo all’inizio del 2014. Nessun lavoratore è rimasto senza alternative, anche grazie a un sindacato presente e attivo. «Siamo stati a fianco dei lavoratori – spiega Francesco Bertoli, segretario della Fiom di Brescia -, e non abbiamo mai considerato morte le attività e le professionalità; abbiamo sempre creduto nelle potenzialità degli stabilimenti».

Qualche operazione, per la verità, ha dovuto pagare il prezzo della diversificazione (Esselunga ha rilevato un’acciaieria del gruppo, riconvertendola a centro logistico), ma nel complesso la vocazione siderurgica del territorio bresciano non è stata snaturata. L’ultima operazione in ordine di tempo per questa vicenda ha riguardato il gruppo Duferco, che attraverso il veicolo Duferco Sviluppo ha rilevato il laminatoio travi di Nave-via Bologna: per aggiudicarselo alla cifra di 11 milioni di euro l’amministratore delegato Antonio Gozzi ha dovuto superare la concorrenza della friulana Sider engineering. Duferco riassumerà tutti i 139 dipendenti. «È stata un’operazione dalla grande valenza sociale – ha spiegato Gozzi al Sole 24 Ore -, ora stiamo elaborando il piano industriale». Duferco in questi anni ha sborsato altri 22 milioni per rilevare il Caleotto, storico laminatoio lecchese per vergella acquistato in joint venture con Feralpi. E proprio il gruppo guidato dal neopresidente dell’Associazione industriale bresciana, Giuseppe Pasini, è stato tra i più attivi nel panorama dell’m&a dell’ultimo triennio. Feralpi ha verticalizzato nell’acciaio per edilizia con l’ingresso nelle società Presider, Mpl, Groupfer e con l’acquisizione di Orsogril; in tempi più recenti è stata la volta di Co.Ge.Me. steel (laminati mercantili per applicazioni meccaniche e auto) e Profilati Nave, rilevata anche questa dal gruppo Stefana, (laminati mercantili), per 10 milioni di euro. Operazioni finalizzate ad assicurare produzione a un assetto impiantistico, a valle, sovradimensionato rispetto alle attuali dimensioni del mercato. «Da una situazione di esubero di produzione – ha spiegato Pasini -, ora abbiamo raggiunto un equilibrio nella capacità fusoria».

Sempre a Brescia, Alfa Acciai (leader nella produzione di tondo per cemento armato) ha rilevato per 2,8 milioni un’acciaieria a Montirone, sempre dal gruppo Stefana in liquidazione (non intende proseguire l’attività, ma la trasformerà in un centro logistico siderurgico) e ha verticalizzato nella trafileria Tecnofil di Gottolengo, sempre in provincia di Brescia (trafilato zincato e filo ramato per applicazioni nell’edilizia, nell’elettrodomestico e nell’automotive).

Nel Triveneto l’operazione più significativa è stata quella del gruppo Pittini, che ha acquistato dal gruppo Riva, per circa 10 milioni, lo storico ex Galtarossa di Verona, con l’obiettivo di allargare la gamma di produzione di vergella, spostando il baricentro della produzione friulana. Per rilanciare questo sito Pittini ha successivamente varato un piano di investimenti da 100 milioni in tre anni. Sempre in Friuli, Abs (controllata dal gruppo Danieli) ha rilevato il tubificio tedesco Esw Röhrenwerke.

A queste operazioni si aggiungono i rumors e le proposte ancora da perfezionare: Ori Martin (di Brescia) e Acciaierie Venete (di Padova) hanno recentemente offerto cifre intorno ai 40 milioni di euro per gli asset della Leali steel, realtà oggi molto vicina al fallimento. E gli stessi asset della ex Lucchini, oggi di proprietà della Aferpi (holding controllata dalla algerina Cevital) sembrano riscuotere ancora interesse, se si vuole dar retta ai rumors relativi agli approcci dei vertici nordafricani (in rotta con il Governo italiano e in cerca di un supporto finanziario e manageriale per proseguire l’avventura italiana) con le inglesi British steel, Liberty house, con l’indiana Jindal south west e con l’austriaca Voestalpine.

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