La crisi taglia del 10% i consumi di prodotti «non food»

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By Federdat Luglio 3, 2017 08:34 Updated

La crisi taglia del 10% i consumi di prodotti «non food»

Da 114 a 102,5 miliardi, una sforbiciata da 11,5 miliardi, il 10 per cento. È il taglio dei consumi non alimentari delle famiglie italiane tra il 2007 e il 2016, decennio segnato da due crisi economiche. Facendo di necessità virtù e con un budget in calo, i consumatori hanno adattato priorità e scelte al nuovo ciclo. A crescere di un quinto è solo la spesa in prodotti per il proprio benessere, da quelli per l’automedicazione agli articoli sportivi, passando per profumerie e negozi di ottica.

I tagli più drastici hanno colpito abbigliamento e calzature, dove il calo è di un quarto, ma soffrono anche legno-arredo, casalinghi, intrattenimento e giocattoli: ciascuna di queste aree ha perso, in valore, circa 15 punti percentuali. Riesce a limitare i danni il fai-da-te (-4,7% nel periodo), mentre l’elettronica di consumo perde circa il 7%, ma poteva andare peggio. Le vendite sono state salvate prima dal passaggio al digitale terrestre, che ha fatto entrare nelle case milioni di tv lcd, poi dalla rivoluzione smartphone, che sta cambiando le modalità di scelta e di acquisto, visto che ha proiettato gli italiani nell’era delle apps e dello shopping online, dei social e dei comparatori di prezzo, con effetti dirompenti sui canali di vendita. È la fotografia che esce dall’edizione 2017 dell’Osservatorio Non food di Gs1 Italy che domani sarà presentato a Milano. L’Osservatorio non considera le spese in mezzi di trasporto, carburanti, tabacchi, grocery, tintoria e altri servizi registrati dall’Istat per un valore complessivo di 50,3 miliardi (49,7 nel 2015).

L’ANDAMENTO DEI CONSUMI NON-FOOD
Dati in mld di euro e var% 2016/2007. (Fonte: elaborazioni TradeLab per GS1 Italy)

«Lo smartphone ci ha sì cambiato la vita, ma la vera rivoluzione è arrivata con l’e-commerce e i suoi scaffali infiniti, mentre ora stiamo entrando nella “no channel era”, dove si può comprare qualsiasi cosa, in ogni momento, con qualsiasi dispositivo, partendo dai social o da un’app – osserva Marco Cuppini, direttore del Centro studi Gs1 Italy -. Non è in crisi il retail nel suo complesso, perché chi ha saputo reinventarsi ha recuperato quote. C’è chi è uscito dal mercato, ma altri sono rinati più forti».

A perdere appeal sono stati gli ipermercati, a causa dell’offerta troppo generica, mentre nel decennio, secondo le analisi di Gs1, le grandi superfici specializzate (si veda il grafico a fianco) sono aumentate di numero. Oggi si arriva a circa 30mila store, nonostante il ciclo di razionalizzazione in atto, che sono riusciti a incrementare le quote di mercato. Spesso al prodotto viene aggiunta una componente di servizio attrattiva o si punta sul low cost, grazie alla capacità di controllare l’intera catena del valore: qui brillano insegne come Calzedonia, Kiko, Carpisa, Yamamay, Ikea e Decathlon. E sempre nell’abbigliamento anche il fast fashion scandisce mensilmente il ritmo degli acquisti, come insegnano catene come Zara, PiazzaItalia e H&M. Intanto nel retail si lavora per tenere il passo con una clientela che sceglie sempre più guidata dallo smartphone e si punta alla generazione dei Millennials. Così prendono forma i modelli di punto vendita 4.0. «Con smartphone e social negli ultimi anni sono cambiate le dinamiche di acquisto e il processo decisionale si è accorciato – spiega Francesco Maselli, Innovation and solution director di Software Ag, multinazionale tedesca di soluzioni software per l’impresa impegnata in progetti di omnicanalità per realtà come Furla, Kiabi, Lyreco, Lidl, Desigual, Leroy Merlin, Bricoman e Nissan -. Per questo i dealer stanno cambiando approccio di vendita e puntano su un modello senza soluzioni di continuità, seguendo una visione a 360 gradi e dove l’omnicanalità diventa il fattore abilitante, usando informazioni digitali e altri punti di contatto con il consumatore».

La formula generalista finora seguita nel retail sembra avere imboccato il viale del tramonto per fare spazio a modelli personalizzati. «È un’evoluzione naturale in cui tutti i retailer si sono posti il problema di come seguire il cliente per poi lavorare secondo un modello omnichannel in maniera proattiva» sottolinea Pierluigi Bernasconi, amministratore delegato di Mondadori Retail, società del gruppo di Segrate a cui fanno capo circa 630 librerie sparse in tutta Italia. Tra i battistrada del retail 4.0 c’è Samsung con lo Smart selling. «Abbiamo riprogettato il modo di vendere e l’esperienza di acquisto secondo un processo circolare che inizia molto prima che il cliente entri fisicamente nel punto vendita e all’interno del quale possiamo accompagnare le persone a tutto tondo, mettendo loro a disposizione servizi erogati attraverso le tecnologie – racconta Antonio Bosio, Product & solutions director del colosso coreano – . Riteniamo sia possibile declinare la tecnologia in termini di servizio, offrendo così un valore aggiunto rispetto a tre concetti-chiave: estensione per moltiplicare le occasioni di vendita; convergenza per offrire alle persone un’esperienza più consistente e interattiva; potenziamento per migliorare l’efficacia della forza vendita».

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