Il rilancio frenato di Porto Torres

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By Federdat Aprile 26, 2017 11:26 Updated

Il rilancio frenato di Porto Torres

Il sogno della chimica tradizionale è finito. E l’alternativa, quella di una chimica verde a Porto Torres, non riesce a decollare. Proprio per superare questa fase le organizzazioni sindacali territoriali della provincia di Sassari hanno deciso di rilanciare la mobilitazione. L’obiettivo è quello di dare corso al progetto della chimica verde. Ossia la seconda vita del polo industriale che vent’anni fa contava circa tremila lavoratori tra dipendenti diretti e appalti e che dal 2008, con la chiusura degli impianti di cumene e fenolo ha attivato il processo di chiusura del vecchio sistema chimico.

La chiusura è poi proseguitacon lo spegnimento degli impianti degli aromatici e del cracking. Infine la svolta nel 2011 con la firma del protocollo per chimica sostenibile o chimica verde. «Era il 26 maggio e il protocollo per la chimica verde venne firmato dal presidente del Consiglio dei ministri, dalla Regione Sardegna e dall’Eni Cgil, Cisl Uil, le organizzazioni di categoria e i ministeri coinvolti – spiega Gianfranco Murtinu, segretario provinciale della Filctem Cgil – e prevedeva la chiusura dei vecchi impianti della lavorazione dei derivati dal petrolio e la riconversione, con realizzazioni ex novo, a un nuovo tipo di chimica sostenibile che partendo dalla terra alla terra sarebbe dovuta tornare. Ossia quella della lavorazione del cardo, semi e paglia». Un progetto importante in cui era previsto un investimento complessivo da 730 milioni di euro, il riassorbimento dei lavoratori fuoriusciti dal processo della vecchia chimica, e uno sviluppo in tre fasi. «Una prima con la costruzione e implementazione di impianti di piccola taglia, quasi centri pilota, per la produzione di monomeri dalla lavorazione dell’olio vegetale. Una seconda fase con la produzione di estensori (che è stata parzialmente accorpata alla prima) e la costruzione di una centrale a biomasse». Risultato? «Quello previsto dal primo step, così come i poli estensori vengono prodotti nella centrale di Matrica, nata dalla joint venture tra Versalis e Novamont, – spiega ancora Murtinu – mentre non si farà più la centrale a biomasse (che prevedeva un investimento da 230 milioni di euro) così come non si ha ancora traccia della terza fase». Ossia quella che «prevedeva costruzione dei due impianti della prima fase con taglia industriale con potenzialità nettamente superiore più un impianto per la produzione del biopolimero vero e proprio».

Dei 730 milioni di euro previsti, spiega il sindacalista «sono stati spesi solo 190 milioni di euro ed è la cifra relativa a quanto impiegato tra costruzione impianti e avviamento e messa in produzione di quanto c’è oggi e del centro ricerche Matrica, un vero gioiello». A sentire il sindacalista non sarebbe riuscita a decollare neppure la cosiddetta filiera del cardo, un sistema che doveva mettere assieme la coltivazione quanto la macinazione dei semi per la produzione di olio e derivati, e la centrale a biomasse capace di produrre energia per l’intero sistema industriale proprio «bruciando la paglia prodotta nella coltivazione e utilizzo dei semi di cardo». «Alla luce di ciò, e soprattutto della mancata realizzazione della centrale a biomasse – prosegue – rivendichiamo investimenti sostitutivi coerenti con il progetto della chimica verde».

Dalla Regione, intanto, fanno sapere che «all’attività della Giunta Pigliaru, supportata dalla maggioranza, la questione della Chimica verde è tornata di prepotenza sul tavolo del Governo nazionale». Non solo: «La conferma della Chimica verde come asset strategico è quanto si sta chiedendo all’Eni, con il quale si dovrà arrivare al più presto a sottoscrivere un documento che rivede e perfeziona gli impegni contenuti nel protocollo siglato nel 2011 – fanno sapere ancora dalla Regione -. Il merito della Giunta Pigliaru è quello di aver avviato un dialogo costruttivo con l’Eni e gli altri soggetti industriali interessati, per sottoscrivere un nuovo accordo di programma che avrà un valore politico e giuridico molto più forte dell’intesa firmata cinque anni fa. Tra gli obiettivi c’è la riconversione industriale del petrolchimico nell’ambito delle attività della Chimica verde. Occorre un’accelerazione degli interventi: dalle bonifiche agli investimenti, in capo all’Eni, passando per le azioni di accompagnamento predisposte dalla Regione a sostegno della bioeconomia».

Queste prese di posizione non sembrano convincere le organizzazioni sindacali regionali. Per Salvatore Sini, segretario regionale della Uiltec «tutti i progetti sono oggi fermi al palo. È bene ricordare che a nostro avviso l’Eni è in debito con la Sardegna e le bonifiche non possono essere considerate come un investimento. E la Regione, in questo momento deve fare la sua parte e avere un ruolo più incisivo». Dello stesso avviso anche Giacomo Migheli segretario regionale della Filctem Cgil: «Di fronte questa situazione c’è fin troppo silenzio da parte della Regione e del Governo che erano, è bene ricordarlo, firmatari del protocollo. Ci aspettiamo, proprio dalle istituzioni, qualcosa di più».

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