Il Centro Olio Eni di Viggiano può tornare a produrre

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By Federdat Luglio 14, 2017 12:52 Updated

Il Centro Olio Eni di Viggiano può tornare a produrre

Il Centro Olio Val d’Agri può ripartire. È quello che emerge dalle conclusioni dell’intervento dell’Ispra comunicate alla Regione Basilicata. Dopo lo stop di tre mesi imposto a metà aprile dalla Giunta regionale, alla scadenza dei termini, il 18 luglio, nulla osta al riavvio dell’attività estrattiva in Basilicata. Lunedì la Giunta si riunisce per deliberare la riapertura, che potrà avvenire dal 19 luglio.

«In conclusione del suo intervento – ha dichiarato la stessa Ispra – è stata prodotta una relazione istruttoria di verifica di ottemperanza delle prescrizioni propedeutiche alla rimessa in esercizio degli impianti Cova di Viggiano dell’Eni». Relazione, effettuata anche dopo le ispezioni straordinarie di Ispra e Arpab Basilicata, in base alle quali la stessa Regione ha dichiarato ieri che «non esistono motivi ostativi alla ripartenza dell’impianto».

Sarà quindi una settimana decisiva per la ripresa delle attività e della produzione di idrocarburi dell’Eni in Val d’Agri. A fermare la produzione nazionale di idrocarburi in Italia, che dipende per oltre il 70% dalla Basilicata la perdita di greggio da uno dei serbatoi di stoccaggio del Cova. Tre mesi intensi di controlli, di prescrizioni, di verifiche perché non si trattava soltanto di completare il doppiofondo del serbatoio che aveva provocato una perdita di circa 400 tonnellate di greggio. I ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente, attraverso Unmig e Ispra, la Regione Basilicata, attraverso l’Arpab e i suoi dipartimenti hanno «rivoltato come un calzino» l’intero Centro Olio e il suo processo produttivo dalla Val d’Agri alla raffineria di Taranto. Faldoni di documenti per accertare che la società avesse ottemperato a tutte le prescrizioni di prevenzione e messa di sicurezza di emergenza e che le ispezioni all’interno e all’esterno del Cova certificassero l’efficacia delle misure di contenimento dell’inquinamento. Con due serbatoi dotati di doppiofondo (entro settembre anche gli altri due) Eni si era detta pronta a riprendere la produzione, era arrivato anche l’ok dell’Unmig e dei Vigili del Fuoco per l’autorizzazione all’esercizio. E così in una settimana il Cova potrà andare a regime e tornare gradualmente alla produzione di 80mila barili al giorno.

Per il presidente di Confindustria Basilicata, Pasquale Lorusso, un via libera che «fa chiarezza su alcuni aspetti di natura ambientale e di salute pubblica che, come più volte abbiamo dichiarato, rappresentano un valore assoluto inderogabile». Ma occorre «ora voltare pagina per scrivere un nuovo capitolo nella relazione tra estrazioni petrolifere e opinione pubblica locale. Il petrolio è una opportunità, in primis per la Basilicata, che con le royalties incassate finanzia servizi e beni di prima necessità, come la sanità e la formazione universitaria». «Nel rispetto della sostenibilità – ha detto – dobbiamo avere la forza comunicativa necessaria per far capire i benefici diretti ed indiretti legati alla valorizzazione delle risorse geominerarie presenti sul nostro territorio. L’auspicio è che, partendo dalla filiera dell’Oil&Gas, possa consolidarsi e accrescersi una presenza di attività imprenditoriali ad alto contenuto specialistico, capaci di offrire prodotti e servizi destinati ad un mercato aperto e dalle dinamiche di sviluppo ulteriori».

Intanto si tirano le somme. Uno stop, che associato alla variabile del prezzo del greggio, avrà le sue ripercussioni, anche sulla produzione nazionale di greggio e sulle royalty, come si è già visto lo scorso anno con il blocco di 5 mesi dell’impianto, dopo l’intervento della magistratura. «Meno 12% di produzione nazionale di gas; – 31% di olio; – 51% di royalty – sottolinea Eugenia Famiglietti, economista e analista dei mercati energetici di NRG.it -. Un crollo della produzione sostanziale soprattutto a terra -25% gas e -36% olio, nel 2016, che ha visto il prezzo del greggio perdere circa il 20% del suo valore. Un calo delle estrazioni dovute non solo a problemi giudiziari ma anche al rallentamento generalizzato degli investimenti in attività estrattive connesso in massima parte a problemi di accettabilità prima sia sociale che e sociale più che reali rischi per l’ambiente e la sicurezza dei lavoratori».

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