Glencore, il caso Sardegna: dalle partecipazioni statali ai privati con successo

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By Federdat Luglio 3, 2017 12:59 Updated

Glencore, il caso Sardegna: dalle partecipazioni statali ai privati con successo

Il salto dalle partecipazioni statali (Enirisorse) ai privati è riuscito. Il diciottesimo anno dell’acquisizione dello stabilimento di piombo, zinco, rame, oro, argento e acido solforico della Portovesme srl da parte della Glencore però si festeggia a metà. Perché ai bilanci che chiudono con un utile e ai 400 milioni di investimenti che sono stati spesi nel corso degli anni si devono aggiungere le problematiche burocratico amministrative con cui negli ultimi tempi deve fare i conti l’azienda che ha un fatturato annuo di circa mezzo miliardo di euro e assicura occupazione a più di 1.200 persone ( 673 dipendenti diretti e 520 delle imprese d’appalto, e circa 200 dell’indotto).

Una scommessa vinta, come scrive Carlo Lolliri, amministratore delegato, in una lettera inviata ai dipendenti. «Credo che ben pochi nel 2 luglio del 1999 avrebbero scommesso che il matrimonio sarebbe durato così a lungo – si legge –. Tanti, se non la maggioranza, sussurravano tra loro che l’acquisizione sarebbe stata il prodromo di una certa e inevitabile chiusura. Le partecipazioni statali si sgravavano di un pesante fardello e il privato, terminate le economie messe a disposizione dallo Stato avrebbe serrato i battenti mandando tutti a casa».

Il risultato è stato un altro. Oggi lo stabilimento ha un fatturato medio di circa 500 milioni di euro e produce 150mila tonnellate di zinco, 65mila di piombo, 200mila di acido solforico, 3mila di rame, 200 d’argento e una d’oro. «Certo non è stato un percorso né lineare né esente da problemi, ma oggi, essere ancora qui, in un’azienda sana, competitiva sui mercati che chiude bilanci in utile è davvero una soddisfazione impagabile – scrive -. I momenti difficili sono stati parecchi e altri si affacciano all’orizzonte, tuttavia abbiamo dimostrato che lavorando uniti, attraverso l’impegno caparbio, l’intelligenza la creatività la tenacia e il sostegno economico e morale della nostra capofila, esso possono essere sempre superati. Mi sento di dire che il brutto anatroccolo di un tempo è cresciuto e oggi è diventato un cigno e per questo oggetto d’invida».

Nel corso degli anni le cose sono cambiate. «Gli ingenti investimenti superiori ai 400 milioni di euro – scrive Lolliri – hanno radicalmente cambiato volto alla fabbrica. Chiudendo dei capitoli obsoleti e puntando sulla ricerca e sull’innovazione oggi possiamo, con orgoglio affermare di costituire lo stato dell’arte della produzione dei non ferrosi, esempio virtuoso di capacità produttiva nel pieno rispetto dei parametri ambientali e di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro». A ricredersi, nel corso degli anni, è stato anche Salvatore Cappai, all’epoca dirigente Rsu Cgil e oggi dirigente Filctem regionale. «All’epoca c’erano molte perplessità e la preoccupazione era tanta. Si lasciavano le partecipazioni statali per una nuova avventura che veniva complicata, come disse il primo dirigente Glencore che incontrammo in Confindustria, dalla questione legata agli alti costi energetici».

Questioni con cui, ancora oggi ci si deve rapportare. «Ciò che manca – prosegue – è una programmazione decennale della politica energetica». Non solo. Il colosso metallurgico che, con 150mila tonnellate annue di zinco, garantisce la il 50 per cento del fabbisogno nazionale deve fare i conti anche con le questioni burocratico amministrative. Il futuro, che nel corso degli anni (il quinquennio 2017-2021) prevede investimenti complessivi per 105 milioni di euro, è legato alla realizzazione di una nuova discarica (35 milioni) in cui conferire i residui della lavorazione dei fumi di acciaieria che vengono trattati nel forno Waelz. Sino a oggi i rifiuti “trattati e inertizzati” finiscono in una discarica in fase di esaurimento. «È stato presentato, da tempo, un progetto alla Regione per la costruzione del nuovo sito – argomenta – ma i tempi della procedura si stanno dilatando». Intanto, d’intesa con le istituzioni, si lavora a soluzioni tampone.

«Sono state presentate proposte per affrontare l’emergenza ed evitare che ci possa essere una fermata totale degli impianti che attualmente viaggiano a basso regime – conclude il sindacalista – è necessario però che in questa vicenda ognuno faccia la sua parte e che arrivino risposte sul progetto».

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