Expo, fermi i crediti dei fornitori

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By Federdat Marzo 24, 2017 07:01 Updated

Expo, fermi i crediti dei fornitori

Dopo diversi mesi di ritardo oggi potrebbe essere il giorno buono per la firma del decreto per la liquidazione dell’Expo di Milano, che ormai si è chiuso un anno e mezzo fa. Un ritardo tecnico, dovuto a passaggi e modifiche avvenuti tra il Ministero dell’Economia e delle finanze e Palazzo Chigi, ma non indolore: sono rimasti bloccati i pagamenti ai fornitori di servizi e alle imprese, pari a 160 milioni, oltre ai 75 milioni che Arexpo, società proprietaria del sito, deve pagare ad Expo per le infrastrutture realizzate per l’evento universale (e di cui Expo ha bisogno per far quadrare i conti del bilancio).

In molti sperano che sia questo il giorno in cui il ministro Pier Carlo Padoan e la sottosegretaria alla Presidenza del consiglio Maria Elena Boschi porrano la firma al Dpcm, con cui prenderà il via un piano di liquidazione della durata di 4 anni, prima di chiudere definitivamente la società. Dovrebbe avvenire oggi durante il Consiglio dei ministri. I tecnici hanno infatti trovato una quadra dopo che il decreto è stato prima scritto dal Mef, poi modificato da Palazzo Chigi e quindi di nuovo inviato al Mef per la ratifica dei cambiamenti.

L’equivoco delle norme
Le modiche del testo iniziale hanno inevitabilmente allungato i tempi, ma a Palazzo Chigi si è ritenuto che fossero indispensabili per rendere coerente la figura del commissario liquidatore con quella degli altri commissari straordinari già nominati per altre emergenze. Per esempio: non può esserci una nomina quadriennale, perché al massimo i commissari sono durati un anno. Quindi la soluzione per il liquidatore di Expo sarà due anni prorogabili.

Inoltre c’è la questione dell’emolumento. Se il decreto avesse fatto esplicito riferimento a quello ricevuto da altri commissari, citando gli esempi precedenti, si poteva incappare nel rischio di avere come riferimento norme create per emergenze, dissesti o calamità (come la realizzazione di un’infrastruttura, il problema del racket o il disastro sismico), generando l’equivoco (politicamente insidioso) che l’Expo potesse essere paragonato ad un evento negativo. Quindi la soluzione è stata quella di citare semplicemente la cifra che il commissario recepirà (intorno ai 120mila euro). E fine.

Tra una limatura e l’altra sono intanto passati due mesi, durante i quali l’attività liquidatoria di Expo si è fermata. Ora la speranza a Milano è che si riparta presto. Il commissario liquidatore, come atteso, sarà Gianni Confalonieri, responsabile delle Relazioni istituzionali del Comune di Milano e già delegato di Expo quando l’attuale sindaco Giuseppe Sala era commissario unico dell’evento.

L’eredità e i costi
Ciò che rimane nel sito sono le opere infrastrutturali, come le reti di servizi, Palazzo Italia (che ora verrà utilizzato dallo Human Technopole), la riqualificazione della Cascina Triulza, una parte delle Vie d’Acqua, la Darsena e le passerelle, per le quali sono stati spesi 1,114 miliardi. Oltre 976 milioni sono serviti per la gestione.

L’evento è costato complessivamente 2,2 miliardi. Si è chiuso con un rosso nella parte corrente per circa 100 milioni, ripianato dal patrimonio, ovvero dalle quote versate dai soci pubblici. Alla fine dunque l’Expo ha tirato la riga con un patrimonio residuo di 30,7 milioni, passati poi a 23 milioni a seguito dei pagamenti di gestione durati fino a febbraio 2016.

Il valore complessivo delle altre opere inserite nel dossier di candidatura dell’Expo, realizzate o avviate con un mix di contributi pubblici e privati, è di circa 13 miliardi, anche se alcune infrastrutture (Pedemontana e Metro 4 soprattutto) devono ancora essere terminate.

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