Ex Lucchini di Piombino: altri due anni di commissario

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By Federdat Maggio 9, 2017 10:56 Updated

Ex Lucchini di Piombino: altri due anni di commissario

Altri due anni di commissariamento per la ex Lucchini di Piombino: il ceo di Cevital, Said Benikene, ha risposto in questi giorni alle sollecitazioni del ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, lasciando aperta la porta per la richiesta manifestata dal Governo due settimane fa, con una lettera ufficiale in cui si denunciavano le inadempienze di Aferpi, la holding che due anni fa ha rilevato gli asset dall’amministrazione straordinaria.

La posizione espressa nella replica del gruppo guidato da Issad Rebrab non si discosta molto da quella assunta in questi ultimi mesi durante i numerosi tavoli di confronto tra Cevital con il Mise. Il gruppo dichiara di avere investito fino a oggi 100 milioni di euro in mezzi propri, riconoscendo di essere in difficoltà sul piano finanziario; l’’azienda sostiene di non essere stata sostenuta dal sistema creditizio italiano e afferma di avere avviato «negoziazioni» che permetteranno di reperire le risorse patrimoniali e finanziarie per garantire la ripresa produttiva dell’impianto (al momento è attivo solo il treno rotaie su un totale di tre laminatoi, con un orizzonte temporale breve) e per realizzare il piano industriale.

Il prolungamento della vigilanza è giudicato necessario dagli addetti ai lavori per uscire dall’impasse della gestione algerina. Le alternative ad Aferpi, al momento, non esistono e vanno costruite. Da questo punto di vista il verdetto sulla cessione degli asset di Ilva, atteso per fine mese, sta assumendo giorno dopo giorno l’aspetto di uno spartiacque per la vicenda di Piombino. Jindal south west sta giocando un ruolo cruciale su entrambi i tavoli. A Taranto è ufficialmente parte della cordata di AcciaItalia, con la quota più pesante. A Piombino l’azienda guidata da Sajjan Jindal è stata due anni fa sconfitta nell’asta finale per la cessione degli asset; puntava a rilevare i laminatoi, con un ridotto impatto occupazionale: alla richiesta di rilancio Jsw preferì soprassedere e fu preferita la proposta algerina. Successivamente Jindal è diventato fornitore di blumi (semilavorati) per la stessa Aferpi. Oggi, secondo fonti qualificate, ha approcciato il dossier Aferpi in diverse occasioni. Jindal potrebbe «aiutare» Aferpi in vari modi, fino alla soluzione estrema di rilevare l’intera incombenza siderurgica, lasciando a Rebrab le piattaforme logistica e agroalimentare. Il piano originario del gruppo algerino (che non ha competenze dirette nell’acciaio ma) era finalizzato proprio allo sviluppo di questi tre business per dare piena occupazione agli oltre 2mila addetti rilevati dalla procedura di amministrazione straordinaria e oggi in solidarietà.

Il ripristino dell’area a caldo con l’avvio di un nuovo forno elettrico, progetto ambizioso e mai avviato in concreto, non è sufficiente per la piena occupazione. Tanto più che l’impegno di Jsw, viste le premesse del piano industriale di due anni fa, dovrebbe al massimo concentrarsi sulla laminazione. Allo stesso modo , vista la struttura e il posizionamento sul mercato, anche gli altri interessati (secondo i rumors ci sono British steel, Liberty House e, in posizione attendista, Voestalpine) escludoono il ripristino dell’area a caldo. Se non ci fosse la collaborazione di Rebrab su questo percorso, il Governo è pronto a escutere le azioni ancora in pegno alla procedura (si tratta del 27% del totale). Ieri il commissario Piero Nardi ha partecipato a un vertice al Mise, ma ancora non è stata presa una decisione.

Lo stesso commissario, nel frattempo, ha raggiunto un primo risultato sul fronte della definizione del riparto parziale dei crediti dela ex Lucchini. La proposta è stata approvata dal presidente del comitato di sorveglianza, Corrado Calabrò: si tratta di circa 29 milioni di euro, relativi al 100% dei crediti ammessi con privilegio, che riguardano in gran parte i dipendenti (tfr, ferie e altro), professionisti e consulenti, imprese artigiane o cooperative di produzione e lavoro , imprese fornitrici di lavoro temporaneo (Manpower, Umana, Randstad Italia, Gi Group).

Nei conti della società, che ha perso 282 milioni nel periodo 2013-16, rimane una liquidità di circa 178 milioni, oltre debiti in prededuzione per 23,115 milioni. Sono stati accantonati 56 milioni in un fondo prudenziale in vista di oneri legati a contenziosi tributari, cause di natura ambientale e giuslavoristica. l’attivo netto residuo (al lordo di questo prima ripartizione) è di 98,569 milioni.

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