Ecco le priorità dell’Italia per la Politica agricola comune

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By Federdat Aprile 8, 2017 09:40 Updated

Ecco le priorità dell’Italia per la Politica agricola comune

Un terzo pilastro per salvare e rafforzare la Politica agricola comune che scricchiola con l’Europa, dedicato specificamente alla gestione delle sempre più frequenti crisi di mercato nei singoli settori, accanto ai primi due rappresentati dagli aiuti diretti e dai piani di sviluppo rurale. È questo il cuore del documento con le proposte dell’Italia per la riforma della Pac post 2020, che il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, ha inviato formalmente l’altro ieri a Bruxelles. Destinatario il commissario Ue all’Agricoltura, Phil Hogan. Un documento dettagliato che affronta tutti i temi sul tappeto di un negoziato, aperto formalmente quest’anno, che si annuncia lungo e difficile, condizionato dalla riforma parallela del bilancio europeo e dalle trattative sulla Brexit, per riscrivere le regole alla base della prima politica economica europea che, con 55 miliardi l’anno, assorbe il 38% dell’intero bilancio Ue.

Attualmente le misure di gestione dei mercati rientrano nel primo pilastro, accanto agli aiuti diretti, ma il loro progressivo smantellamento è stato il vero leit motiv degli ultimi dieci anni (almeno) di riforme. Una deregulation che l’Italia ha pagato, da paese fortemente deficitario di materie prime agricole, con la crisi di alcuni comparti – dal grano duro al riso passando per la zootecnia da carne – soprattutto nelle aree più marginali. Per questo il documento italiano propone «di valorizzare meglio le Ocm (le organizzazioni comuni di mercato dei singoli settori, ndr) come terzo pilastro della Pac», oltre a «creare nuovi strumenti di gestione del rischio nell’ambito dei pagamenti diretti e tagliare la burocrazia dei programmi di sviluppo di rurale». L’Italia chiede anche focus specifici su alcune emergenze, dal ricambio generazionale allo sviluppo delle aree interne agli investimenti in ricerca e innovazione.

Senza perdere di vista le preoccupazioni legate al budget, variabile indipendente dalla quale dipende però il futuro di una Politica agricola sempre meno comune e sempre più nelle mani dei singoli Stati membri. Una tendenza non necessariamente negativa secondo l’Italia, che però resta schierata decisamente a favore del mantenimento dell’attuale livello di spesa. «Nella riforma della Pac l’Italia può giocare un ruolo importante – afferma il ministro Martina – sostenendo con forza le ragioni di una spesa agricola attenta a tutelare il reddito di chi opera nel settore, sostenere la qualità dei prodotti, gestire in modo sostenibile e razionale le risorse naturali e valorizzare le aree rurali. Dobbiamo partire dalla garanzia di risorse adeguate – ribadisce Martina –. Così com’è impostata oggi, la Pac non riesce a dare risposte soddisfacenti per la salvaguardia del reddito degli imprenditori agricoli e neanche dei contribuenti. Con questa riforma abbiamo l’occasione per rafforzare gli strumenti disponibili prevedendo, ad esempio, l’estensione del modello delle Organizzazioni comuni di mercato ad altri settori come latte, carne o cereali, migliorandone la competitività e la capacità di adattamento alle turbative dei mercati».

Le attuali Ocm – la tesi dell’Italia – hanno dimostrato di saper sostenere efficacemente processi di riorganizzazione di lungo periodo basati sull’innovazione e sull’orientamento al mercato, permettendo il superamento definitivo di profonde situazioni di crisi. Basti pensare ai risultati raggiunti nel settore vitivinicolo, che ha consentito di abbandonare definitivamente una politica decennale di assistenzialismo basata sullo smaltimento di eccedenze attraverso costose misure di distillazione. Discorso analogo può essere fatto per l’ortofrutta, che rappresenta un modello positivo per le imprese europee in termini di miglioramento strutturale e capacità di aggregazione.

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