Così il Gorgonzola diventa 4.0

Federdat
By Federdat Giugno 21, 2017 10:09 Updated

Così il Gorgonzola diventa 4.0

«Vede? Già adesso io sono in grado di programmare, ma tra poco potremo avere un controllo totale». Fabio Leonardi appoggia la mano sullo schermo touch, che si anima mostrando tutte le fasi del processo produttivo. Il controllo qui in effetti è necessario, per gestire milioni di forme di prodotto realizzato a ciclo continuo, 24 ore al giorno, sette giorni su sette. Trasformando il latte in gorgonzola.

Ecco perché abbiamo investito

La capacità produttiva attuale ormai non basta più, perché la crescita di Igor, primo produttore nazionale (e quindi mondiale) di questa Dop, nel corso degli anni è stata continua, spingendo la famiglia imprenditoriale ad ampliare più volte il proprio sito, alle porte di Novara, triplicando in pochi anni la superficie fino ad arrivare a 50mila metri quadri .

L’ultimo round non è però solo una crescita volumetrica ma rappresenta piuttosto un salto di qualità tecnologico. Oltre 20 milioni di investimento per realizzare nuove linee produttive, di stoccaggio e confezionamento, rigorosamente 4.0.

«Anche nei processi attuali – ci spiega il ceo del gruppo indicando le linee produttive – abbiamo investito in nuove tecnologie, cercando di automatizzare al massimo le attività. Ora però abbiamo la possibilità di costruire qualcosa da zero, progettando gli interventi senza vincoli. Per questo abbiamo deciso di accelerare sulla strada della digitalizzazione».

I nuovi macchinari, che potranno dialogare anche per via remota con i costruttori, saranno dotati di sensori di nuova generazione, in grado anzitutto di riconoscere la tipologia di latte in arrivo dai 250 fornitori aziendali (tra Piemonte e Lombardia, come previsto dal disciplinare), analizzando le caratteristiche del prodotto per poi miscelarlo nella modalità più corretta. I macchinari, connessi attraverso un sistema Siemens, saranno anche in grado di riparametrarsi in tempi rapidi per modificare la ricetta da avviare in produzione, migliorando così la produttività dell’impianto. L’altro parametro chiave è la qualità del prodotto, un aspetto fondamentale in generale in campo alimentare, indispensabile se l’obiettivo è conquistare i mercati esteri. E Igor, che ormai realizza oltreconfine oltre la metà dei propri ricavi, con vendite che spaziano dall’Europa agli Stati Uniti, dalla Cina al Sudafrica, vede nella tecnologia una strada certa per migliorare il proprio profilo competitivo.

«I compratori che arrivano qui dagli Stati Uniti, dal Giappone o dalla Corea – spiega l’imprenditore – non vogliono verificare solo la qualità del prodotto ma anche l’affidabilità dell’azienda, la sua capacità di investire in nuove tecnologie e saperle gestire. Automazione significa riduzione dell’ambito possibile dell’errore umano e consistenza della qualità nel tempo: si tratta di aspetti decisivi per conquistare il mercato».

Sviluppi tecnologici che si traducono anche in un ampliamento dell’organico: la crescita del gruppo negli anni è stata costante, con nuovi ingressi previsti anche ora e una cinquantina di assunzioni previste all’apertura completa del nuovo impianto.

L’azienda, fondata nel 1935 a Mezzomerico, è cresciuta negli anni fino ad arrivare a 150 milioni di ricavi (previsione 2017) e punta a completare l’investimento entro giugno 2018, in tempo per poter approfittare dei bonus per i beni e i processi 4.0 messi in campo dal Governo.

«Si tratta di un piano importantissimo che ci dà entusiasmo, non ci fa sentire abbandonati, per la prima volta vediamo un intervento efficace di politica industriale. Avremmo investito anche in assenza dei bonus ma così abbiamo accelerato e rafforzato i piani. Che non sono terminati, perché in futuro aggiorneremo i macchinari di un caseificio che abbiamo acquisito: serviranno altri dieci milioni».

Sullo sfondo, restano però i problemi che colpiscono numerosi articoli del food made in Italy, a partire dall’italian sounding. Leonardi ci mostra fotografie di scaffali di supermercati Usa e canadesi, dove il richiamo all’italianità è palese, con loghi e nomi costruiti ad hoc per suggerire al cliente una produzione made in Italy in realtà inesistente. «Dobbiamo agire come sistema-Paese – spiega Leonardi – per difendere le nostre ragioni e il patrimonio che abbiamo in Italia. Del resto, basta assaggiare quei prodotti per capire di cosa stiamo parlando».

© Riproduzione riservata

Argomenti:
Federdat
By Federdat Giugno 21, 2017 10:09 Updated