Basilicata, stop al Centro Olio di Viggiano: ecco i possibili contraccolpi

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By Federdat Aprile 16, 2017 18:46 Updated

Basilicata, stop al Centro Olio di Viggiano: ecco i possibili contraccolpi

Rischia di avere un doppio impatto la decisione della Regione Basilicata di chiedere all’Eni di sospendere le attività del Centro Olio di Viggiano (Potenza) a causa dell’inquinamento di idrocarburi policiclici aromatici, manganese e ferro riscontrato nell’area circostante all’impianto dopo i controlli effettuati dai tecnici dell’Agenzia regionale per l’ambiente. Il Centro Olio lavora il greggio estratto nei giacimenti della Val D’Agri e, come accaduto un anno fa, quando la produzione fu fermata a fine marzo da un sequestro della Magistratura per un motivo analogo all’attuale, l’impatto potrebbe riguardare di nuovo sia lo stesso Centro che la raffineria di Taranto, che da Viggiano è alimentata con un oleodotto. Superata la pausa festiva di Pasqua, si tratta ora di vedere quali saranno gli sviluppi della situazione e quali eventuali misure adotterà l’Eni. E quindi se lo stop scatterà effettivamente oppure si attueranno interventi immediati per superare quanto denunciato dalla stessa Regione.

A Viggiano lavorano circa 350 unità più un significativo indotto. Il 19 aprile dell’anno scorso, in seguito alla conferma del sequestro da parte del Tribunale del Riesame, cui l’Eni aveva presentato ricorso, e del blocco dell’attività, la società agì su tre versanti: un piano di cassa integrazione per gli addetti in esubero, la ricollocazione di una parte del personale in altre attività aziendali, la sospensione degli ordini di lavoro con tutti i fornitori. Ci fu poi un ricorso in Corte di Cassazione dove l’Eni, in merito alla contestazione mossa dalla Magistratura, disse che “la reiniezione dell’acqua di strato è una best practice internazionale” e s’impegnò a individuare soluzioni alternative, mentre il 10 agosto il gip di Potenza dissequestrò l’impianto. Seguì due giorni dopo il riavvio del Centro Olio da parte della società con la progressiva riapertura dei pozzi collegati.

Ma lo stop di Viggiano ebbe una ripercussione anche su Taranto. Niente cassa integrazione per i circa 450 addetti diretti della raffineria ma l’Eni dovette affidarsi al rifornimento di greggio via nave per alimentare lo stabilimento pugliese. Ogni mese, per tutto il periodo della fermata, sono attraccate al pontile della raffineria tre-quattro petroliere scaricando complessivamente 260mila tonnellate di greggio. L’uso delle navi in alternativa all’oledotto che parte da Viggiano fu infatti la soluzione individuata per tenere egualmente in produzione Taranto, non privare l’area meridionale dell’approvvigionamento assicurato dalla raffineria ed evitare ulteriori contraccolpi occupazionali dopo quelli della Basilicata. La struttura di Viggiano fornisce a Taranto 80mila barili di greggio al giorno, pari al 60 per cento dell’attività, quota che verrebbe a mancare se l’attività si interrompesse nuovamente.

Come emerso nel vertice di ieri nella Prefettura di Potenza, la Regione Basilicata, che aveva già contestato uno sversamento dai serbatoi del Centro Olio, sostiene che la contaminazione si è allargata agli affluenti del fiume Agri. Di qui la richiesta alla società di applicare le misure di emergenza contenute nelle prescrizioni regionali (il governo lucano contesta all’Eni di essere in ritardo nell’adozione) e di proseguire nelle attività di caratterizzazione per una puntuale bonifica dell’area”. L’Eni, che valuterà la delibera regionale che impone lo stop al Centro di Viggiano, ha intanto chiarito già ieri che “le operazioni per la messa in sicurezza e le attività di caratterizzazione sono condotte con la massima diligenza e impiego di risorse” nonchè “offrendo continua e fattiva collaborazione a tutti gli organi competenti”.

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