Aerospazio, la lombarda D-Orbit in rampa di lancio

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By Federdat Giugno 10, 2017 10:36 Updated

Aerospazio, la lombarda D-Orbit in rampa di lancio

Il conto alla rovescia è cominciato. Con un lancio programmato il 23 giugno, D-Orbit passa ufficialmente alla fase operativa, testando sul campo il proprio meccanismo di de-commissioning per satelliti. Per farlo, l’azienda lombarda ha scelto la strada meno scontata: costruire in proprio un satellite su cui andare a testare il motore. Partita nel 2011 con quattro persone, l’azienda è progressivamente cresciuta attraverso iniezioni di risorse pubbliche e private, intercettando due milioni di euro di fondi Horizon 2020 e altri cinque milioni tra fondi di private equity e finanziamenti bancari.

Soggetti esterni che hanno guardato con interesse al progetto dei due fondatori di D-Orbit, Luca Rossettini e Renato Panesi: liberare lo spazio da detriti indesiderati sviluppando un sistema efficiente e sicuro di rientro assistito per satelliti.

Un tema marginale appena qualche decennio fa, quando l’idea stessa del “traffico” in orbita era priva di senso, vista la limitatezza dei numeri in gioco. Un problema serio oggi, mentre sulle nostre teste viaggiano 4mila satelliti, di cui solo 1500 funzionanti. Nelle stime della Nasa i detriti superiori ai 10 centimetri sono oltre 20mila, più di 100 milioni quelli inferiori al centimetro.

Oggetti potenzialmente devastanti in caso di impatto, tenendo conto della velocità di crociera, che mettono a rischio le missioni future.

Il brevetto D-Orbit prevede per ogni satellite l’installazione di un mini-propulsore autonomo e “dedicato”. in grado di pilotare il rientro dell’oggetto al termine della propria vita operativa, facendolo bruciare nell’atmosfera esattamente nel punto voluto, in un’area priva di rischi per la popolazione.

Il satellite D-Sat partirà dall’India il prossimo 23 giugno

Il lancio programmato per il 23 giugno prevede esattamente questa sequenza, con l’inserimento del satellite in orbita polare e il successivo rientro “pilotato”. A bordo vi sono però anche strumenti per realizzare esperimenti scientifici, prolungabili nel tempo qualora andasse a buon fine la campagna di crowdfunding avviata, con la richiesta al mercato di 25mila euro.

«Anche se il sistema ha già ottenuto tutte le certificazioni – spiega il co-fondatore e direttore commerciale di D-Orbit Renato Panesi – è chiaro che questo lancio ci serve in chiave reputazionale. Il business spaziale è per definizione “conservativo” e non è facile per una start-up convincere le aziende del settore a sperimentare delle novità».

In realtà per D-Orbit il mercato si è già aperto, con ordini già piazzati o trattative in fase avanzata (anche per milioni di euro) con quasi tutti i big del settore, da Boeing a Thales-Alenia Space; da Lockheed Martin a Ohb, dall’Agenzia Spaziale Europea ad Airbus.

Oltre a testare il programma di de-commissioning, il satellite condurrà tre diversi esperimenti

La sperimentazione diretta del meccanismo di rientro era presente fin dall’inizio nel business plan, anche se le modalità operative sono cambiate in corsa.

«Convincere un soggetto terzo a prendere a bordo un oggetto non testato, con la presenza di propellente solido, non era facile. Ad ogni modo, con la Nasa abbiamo vinto un bando per far partire il nostro sistema addirittura dalla stazione spaziale internazionale. Solo nel 2019, però, troppo tardi per noi. Così, abbiamo deciso di costruirci il satellite in casa, accorciando i tempi. Il prodotto appartiene alla categoria dei nano-satelliti (5-50 chili) ma in realtà tutte le componenti sono certificate con gli standard più severi, il che ci apre ora anche nuovi spazi di mercato in termini produttivi».

D-Orbit ha deciso infatti di allargare il proprio portafoglio prodotti, portando sul mercato anche sistemi di “commissioning”, meccanismi evoluti di posizionamento iniziale, con strumenti di rilascio e propulsori autonomi in grado di portare i satelliti rapidamente sull’orbita corretta.

«Spesso i nano-satelliti sono trattati come carichi di serie B e il rilascio in orbita avviene in modo non ottimale, il che richiede tempo e risorse aggiuntive per il posizionamento sull’orbita corretta. Il nostro meccanismo di rilascio prevede invece un posizionamento rapido e sicuro, il che produce vantaggi evidenti per i clienti».

In apparenza una semplice scatola, il cubo di rilascio realizzato da D-Orbit può arrivare a costare anche 5 milioni di euro, con prospettive di mercato che già ora paiono interessanti.

«Per il de-commissioning abbiamo già chiuso due contratti – spiega Panesi – mentre nel caso dei cubi di rilascio stiamo chiudendo ora i contratti. Il mercato dei nano-satelliti è in crescita esponenziale, con centinaia di oggetti previsti in orbita già il prossimo anno».

Domanda crescente che D-Orbit punta a soddisfare con un piano di sviluppo ambizioso: “cubi” che finiranno su un primo lancio alla fine del prossimo anno, poi a cadenza trimestrale, infine mensile a partire dal 2020.

«Ecco perché ci siamo dovuto spostare dall’incubatore di Lomazzo – aggiunge il manager – cercando una sede adatta per gestire la produzione. Letteralmente non ci stavamo più: ora abbiamo decuplicato gli spazi, costruendo anche una camera bianca per l’assemblaggio dei componenti».

Al momento gli addetti sono 32 ma il piano di sviluppo prevede di arrivare a quota 40 alla fine dell’anno, con altre assunzioni previste nel 2018.

«Il business plan – conclude Panesi – prevede altre 3,5 milioni di investimenti e per questo siamo già in trattative avanzate con nuovi partner: attraverso un aumento di capitale avremo i fondi sufficienti per proseguire lo sviluppo».

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