Pereira: «Internazionale e attrattiva. Milano è la sede ideale per l’Ema»

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By Federdat ottobre 21, 2017 10:05 Updated

Pereira: «Internazionale e attrattiva. Milano è la sede ideale per l’Ema»

«Se dipendesse da me non avrei dubbi: Milano ha il profilo migliore, tra tutte le candidate, per ospitare l’Agenzia europea del farmaco. Senza contare l’aspetto politico: credo che l’Italia si meriterebbe questo riconoscimento da parte dell’Europa, visto tutto quello che sta facendo, da sola, sulla questione dei migranti».

Alexander Pereira, austriaco, da tre anni alla guida del Teatro alla Scala, è un “testimonial” ideale nella partita che il capoluogo lombardo sta giocando per ottenere la sede dell’Ema. Corsa a cui ha contribuito in prima persona, recandosi a Bruxelles lo scorso settembre, al fianco delle istituzioni e di alcuni imprenditori italiani. «Sono come uno degli impiegati dell’Agenzia – spiega –: un funzionario arrivato dall’estero per lavorare a Milano. E posso dire che ho trovato una città accogliente, ben collegata e funzionante, con una qualità della vita elevata e un buon sistema di trasporti. Per me è la candidata ideale.

Anche più della sua Vienna?

Vienna è una città meravigliosa, ma alla fine, secondo me, la partita si giocherà tra Milano e Amsterdam. È una questione politica: se l’Agenzia bancaria europea andrà a Francoforte, come sembra probabile, dubito che un altro Paese di lingua tedesca, l’Austria, possa ottenere un’altra agenzia. Barcellona è fuori gioco, dopo il referendum sull’autonomia catalana. Mentre i Paesi dell’Est Europa scontano la carenza infrastrutturale, che penalizzerebbe i dipendenti dell’Agenzia. Copenhagen e Stoccolma hanno buone possibilità, ma credo che Milano abbia più chance, perché rappresenta il giusto equilibrio tra le diverse anime europee, quella del Nord, tedesca e anglosassone, e quella del Sud, latina. Non dimentichiamoci che i dipendenti dell’Ema arrivano da tutta l’Unione.

Quindi Milano ha una levatura internazionale, è in grado di accogliere nel modo adeguato centinaia di dipendenti provenienti da tutta Europa, con le loro famiglie?

Certamente. È una città fantasticamente diversificata. Qui c’è tutto. A cominciare dall’offerta culturale, tra cui la stessa Scala, che è uno dei teatri d’Opera più famosi al mondo, o un teatro di prosa come il Piccolo, che ha un ottimo cartellone, molto internazionale. Per non parlare del patrimonio artistico: l’Italia, non è retorica, è il Paese più bello del mondo. E poi ci sono scuole internazionali, per i figli dei dipendenti dell’Ema, e ottime università. Conosco molti imprenditori tedeschi, francesi e inglesi, che hanno scelto atenei di Milano per i propri figli.

Tuttavia gli investimenti esteri sono inferiori che in altri Paesi d’Europa.

Vedo però un interesse crescente delle aziende estere per l’Italia. Un interesse che è aumentato anche grazie a esperienze come Expo, che ha dato grande visibilità e contatti in tutto il mondo. Ora Milano deve riuscire a fare tesoro di queste relazioni. Anche nella battaglia per ottenere l’Ema. Io ho contatti con molti imprenditori esteri, tra cui alcuni manager di grandi gruppi svizzeri e tedeschi della farmaceutica e mi dicono che per loro Milano sarebbe la scelta migliore, proprio per l’importanza della filiera industriale farmaceutica di questo territorio.

Ecco: l’industria. Lei ha contatti con molti imprenditori, soci e sponsor della Scala in primis. Milano ha una classe imprenditoriale internazionale, attenta al territorio e alla sua valorizzazione?

Direi proprio di sì. Lo dimostra l’esperienza della recente crisi: nonostante le difficoltà le aziende non se ne sono andate e anzi, molte hanno continuato a investire sul territorio e hanno dato vita a iniziative di solidarietà. Ho visto molti esempi di fondazioni impegnate a favore dei cittadini più deboli, in particolare dei giovani e degli studenti.

Come manager, deve spesso confrontarsi anche con il sistema pubblico. Vede da vicino tutti quegli aspetti che in genere penalizzano l’Italia agli occhi del resto del mondo: burocrazia, inefficienze, sindacati battaglieri. Questi aspetti depotenziano la candidatura di Milano?

Ho vissuto a lungo in altri Paesi, dall’Austria alla Germania e alla Gran Bretagna e, mi creda, non c’è meno burocrazia che in Italia. Anzi: in qualche caso è anche più rigida. Qui c’è più margine di flessibilità e viene lasciato più spazio alle idee. Per quanto riguarda i sindacati, non è che a Parigi o in altri Paesi europei non ci siano i sindacati, le proteste o gli scioperi. Forse voi italiani non siete tra le persone più pazienti, ma con il dialogo si superano tutte le crisi.

Va bene: i punti forti di Milano li conosciamo: l’arte, la moda, il design…

La moda, certo: posso portare l’esperienza di mia moglie, che ha studiato all’Istituto Marangoni, poi ha aperto un suo atelier e ora comincia a ricevere proposte tutto il mondo. Perché Milano ha una reputazione altissima nel mondo della moda, ormai anche più di Parigi.

Ma i difetti? Che cosa potrebbe penalizzare Milano? Lo smog, il traffico, l’inglese parlato poco e male?

È vero, non tutti parlano inglese. Ma nemmeno ad Amsterdam, come tutti credono. Almeno l’italiano è più facile da imparare. Prenda il mio caso: sono autodidatta e, sebbene non parli perfettamente, mi esprimo e comprendo senza difficoltà.

A prescindere da come finirà questa vicenda, crede che il sistema-Milano, istituzioni e imprenditori, stia giocando bene la sua partita?

Sì, non so che cosa si potrebbe fare di più o di meglio. Di sicuro, tutto questo aumenterà il rispetto per la città e il senso positivo dei cittadini. Speriamo di ottenere anche il risultato che ci aspettiamo

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